Amici del Sacro Monte A.P.S.

Associazione culturale fondata nel 1967

Il cacciatore di documenti

Luigi Borri (1846-1920), il Tito Livio varesino, fu un infaticabile volgarizzatore di antiche fonti scritte, che amava “colorire”

Che accadeva anticamente a Varese in caso di epidemie, virus e contagi? Allora non esistevano i negazionisti come oggi e le norme disponevano misure ferree e severi controlli che ogni cittadino era tenuto a rispettare. Neppure un ago passava attraverso i filtri disposti alle porte della città.

Ogni accesso veniva chiuso con cancelli e steccati, presidiati con turni di guardia dalle prime luci dell’alba a notte fonda. Un cancello, o restello come si diceva allora, sbarrava il passo anche a chi era diretto al Sacro Monte con il rosario in mano e l’aria penitente.

Lo racconta Luigi Borri (1846-1920) nel suo libro più celebre, Documenti Varesini raccolti, annotati e volgarizzati da lui stesso, stampato a Varese da Macchi & Brusa nel 1891-1892 e ripubblicato da Iuculano a Pavia nel 1998 sotto l’egida della Famiglia Bosina e della Società Storica Varesina. Borri descrive le vecchie gride che con pazienza infinita ha scovato negli archivi, le spiega, le contestualizza. Eccoci al 1628-1629 quando la terribile peste narrata dal Manzoni sgomenta la Lombardia.

Corrieri, postiglioni, vetturini e carrozzieri a nolo erano diffidati dal condurre chiunque fosse sprovvisto di autorizzazione o bolletta sanitaria dentro e fuori dal borgo, sotto pena di 200 scudi o di tre anni di galera. Le gride affisse nelle osterie, nelle bettole e nelle locande con camere, vietavano di dare alloggio agli stranieri che non fossero in grado di esibire il certificato di sanità, sotto pena di una sanzione di venticinque scudi ai contravventori. Era vietato l’ingresso a cenciaioli, giocolieri, merciai girovaghi, pitocchi, vagabondi e a chi andava “alla scrocca” mendicando e chiedendo l’elemosina. O a chi provava a salire al Sacro Monte in pellegrinaggio per chiedere l’intercessione della Vergine contro il contagio. (1)

Un mare di tasse ordinarie, reali, camerali e locali

Spettava ai deputati alla sanità, spiega Borri, “controllare che non si compissero frodi e inganni nell’arrivo o nel passaggio di mercanzie provenienti d’oltremare e d’oltremonte e richiedere ai mercanti del borgo la certificazione della natura e della quantità delle merci giacenti nei fondaci”. Era compito loro garantire “l’ordine durante la pestilenza e la vigilanza di una guardia alle abitazioni di chi cadeva colpito dal crudo morbo; provvedere ai fumi e alle purgazioni della sua casa; alla distribuzione del vitto alle famiglie rinchiuse de’ contagiosi; alla nettezza del borgo; all’isolamento e alle quarantene di quelli o che erano risanati o che avevano con pietà e coraggio assistito gl’infermi; e infine alla pronta tumulazione dei morti”.

I Deputati alla sanità e l’Esempio de’ modi di chiusura del borgo ne’ tempi di contagio sono due capitoli degli Ordinamenti Comunali che Luigi Borri illustra con dovizia di particolari nel suo oggi introvabile libro. Ecco le squadre, i reggenti, i consoli, il tribunale di provvisione, il giudice delle vettovaglie, le tariffe, i processi, gli estimati per diritti di censo e tutto quanto serve a descrivere l’organizzazione amministrativa e giudiziaria di quei tempi lontani.

Se oggi ci si lamenta dell’eccesso di tasse, una volta era anche peggio. Borri registra un’infinità di balzelli tra carichi ordinari, reali, camerali e locali. Al cittadino viene imposta la diaria contribuzione fissata dalla regia camera ducale (esclusi i beni ecclesiastici e i capifamiglia con dodici figli e più); l’allusivo “taglione” per ogni staio di sale avuto dal borgo in base al numero degli abitanti; i fitti censi per i capitali presi a prestito; l’estimo reale per i possessori di case da cui si deducono quelle sfitte; l’estimo mercimoniale o imposta sul traffico; l’estimo personale, un tanto a testa che si paga in agosto; il perticato rurale o imposta fondiaria; il “tredeceno di Belforte” sborsato dai venditori di tessuti di lusso per l’acquisto della seta greggia; la macina del prestino per ogni sacco di farina lavorato in pane; la macinetta o dazio addizionale; la banca civile di Varese per la registrazione e la trascrizione degli atti civili; la banca civile di Milano per il rimborso dei legnami donati a suo tempo per costruire il vecchio Broletto. (2)

E ancora il bollino per il vino venduto al dettaglio, la stadera grossa e quella piccola per pesare fieno, paglia, legna, calce oppure lino, seta e bozzoli per filare, il terratico per l’occupazione del suolo pubblico, lo staro per misurare il grano e le altre biade, il “piodone” per tagliare e vendere i pesci sotto il controllo municipale e se non fosse ancora abbastanza – aggiunge sfinito Borri – il dazio sui cereali dati a macinare.

Critiche alle troppo "vivide pennellate di colore"

Attraverso i documenti – compresi fra il 1585 e il 1794 - recuperati nel corso delle sue infaticabili ricerche, l’autore racconta le antiche vicende feudali di Varese da Facino Cane a Maria di Savoia, dalla mancata concessione della città in feudo al Medeghino, signore di Musso, marchese di Marignano e Frascarolo ai diplomi concessi da Maria Teresa d’Austria a Francesco III d’Este, duca di Modena e signore di Varese. Propone al lettore, illustra e commenta diplomi, dispacci, lettere, permute, memoriali, chirografi, rescritti, credenziali, notifiche, istruzioni, atti e documenti sul congresso e il trattato di Varese del 1752, notizie storiche sullo stemma di Varese e altro ancora. (3)

Lo fa con uno stile di scrittura discorsivo, attento alla leggibilità e per nulla accademico, una scelta che gli costerà qualche critica. Presentando il volume Varese dall’avvento della Repubblica cisalpina alla fine del Regno Italico di Leopoldo Giampaolo, la Rassegna storica del Risorgimento osserva nel 1961 che “di tutte le sue fonti, il Giampaolo non si nasconde il diverso valore storico e le riserve sono rivolte in particolare a certe ricostruzioni di ambiente alle quali si è curiosamente abbandonato Luigi Borri non per falsare o travisare la realtà, ma per abbellire, con vivide pennellate di colore, fatti e notizie più scarni e più scialbi nelle fonti documentarie”.

L’opera andò subito esaurita. Valse all’autore l’appellativo di Tito Livio varesino ed è tuttora considerata un caposaldo per gli studiosi della storia cittadina. Vi sfilano i nomi delle antiche famiglie degli Albuzzi, dei Carantani, dei Dralli, dei Mozzoni, dei Perabò e si offrono agli studiosi chicche come l’antica pergamena dell’arcivescovo di Milano Ariberto, due carte topografiche del Sei e Settecento e una serie di diciassette tavole a colori con le armi di Varese e le livree eseguite da Alessandro Ogheri. (4)

Figlio dei custodi del teatro, maestro e storico

Luigi Borri era nato l’1 marzo 1846 da una coppia di custodi del teatro di Varese. Amava la musica, il canto e imitava volentieri i personaggi che vedeva calcare il palcoscenico, ma sin dai tempi in cui frequentava il collegio di don Flaminio Prina era attratto dalla scrittura. Ottenuto il diploma di maestro e senza i mezzi necessari per iscriversi all’università, frequentò un istituto pedagogico a Treviglio e tornato a Varese fu nominato insegnante, nel 1867, di storia e geografia alla Scuola Tecnica, dove rimase fino al 1907. Furono anni fecondi d’incontri, dall’amico e maestro di ricerche storiche don Luigi Brambilla a Giovanni Bagaini direttore della Cronaca Prealpina all’organista della basilica di San Vittore Giuseppe Della Valle.

Bagaini lo mise in contatto con la tipografia Macchi & Brusa che stampava il giornale e che era interessata a pubblicare le ricerche storiche del giovane maestro. Fece il suo esordio nel 1891, come abbiamo visto, con i Documenti Varesini, a cui seguirono Il codice degli statuti varesini del 1347 e di alcuni decreti e ordinamenti posteriori nel 1893, gli Statuti e ordinamenti dell’antichissimo capitolo della insigne basilica di San Vittore di Varese per la prima volta editi con note documentate nel 1897, Lo spedale de’ poveri di Varese, notizie e documenti nel 1909. Intanto scriveva saggi e articoli su giornali, riviste e opuscoli. (5)

Nella prefazione ai Documenti Varesini confessò che al certosino lavoro di cacciatore di testimonianze scritte, a tradurre in italiano atti scritti in latino e in altre lingue, lo spingeva “il culto fervido per i ricordi antichi”. E aggiunse che il suo obbiettivo era “raccogliere e riunire alcuni de’ più importanti documenti qua e là sparsi e la maggior parte inediti che riflettono la storia di Varese, coordinarli tra loro in brevi monografie sì che valgano o a confermare o a chiarire o a completare quanto di essa già si scrisse”.

Conservatore dei musei civici e dei reperti garibaldini

Ma non si contentò di descrivere la città che amava. Ambiva a fare di più. Fu nominato bibliotecario e conservatore onorario della Società del Museo Patrio fondata nel 1871 e in questa veste coordinò e suddivise in sezioni i reperti geologici, paleontologici, storici e archeologici di cui l’ente era dotato, incrementò le donazioni e acquistò nuovo materiale ponendo le basi per costituire l’attuale catalogo dei Musei Civici. Senza sussidi e spesso mettendoci del proprio, raccolse un’abbondante documentazione delle battaglie combattute nel Varesotto dalle truppe garibaldine tra il 1848 e il 1859, materiali oggi conservati al Museo del Risorgimento. E tenne aperto l’ente patrio, raccontano i suoi biografi, anche sobbarcandosi i lavori più umili come tenere pulito, spazzare il pavimento e togliere le ragnatele dai muri.

Luigi Borri morì il 24 marzo 1920. La prima guerra mondiale si era conclusa da poco e il valente storico varesino ebbe un’ultima soddisfazione. L’amministrazione comunale lo informò che avrebbe presto aperto una sede del museo patrio a Villa Mirabello adeguata alla sua importanza. Dando degna sistemazione ai reperti da lui conservati con tanta cura.

Oggi il mercato antiquario offre una curiosa pubblicazione intitolata Giudizi dei giornali sui Documenti Varesini raccolti, annotati e volgarizzati dal prof. Luigi Borri, un volume promozionale edito nel 1892 da Macchi & Brusa in occasione della prima ristampa. Vi sono raccolti un pieghevole pubblicitario e alcuni articoli apparsi sugli organi d’informazione dell’epoca, Cronaca Prealpina, Corriere della Sera, Secolo, La Perseveranza, Campo dei Fiori, Giornale Araldico Genealogico Diplomatico e Rivista storica italiana. Un libro che testimonia il successo editoriale che l’opera prima di Luigi Borri incontrò all’epoca.

Sergio Redaelli

NOTE

(1) Borri L., Documenti Varesini, raccolti, annotati e volgarizzati, Iuculano Anastatica, Pavia 1998, pp. 65-66.
(2) Ivi, pp. 36-38.
(3) Ivi, pp. I-VI.
(4) Ivi, pp. 1-6.
(5) Lodi M., Negri L., C’erano una volta. Novantuno protagonisti della storia di Varese, Ask Edizioni, Varese 1989, pp. 51-52.

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