Amici del Sacro Monte A.P.S.

Associazione culturale fondata nel 1967

Il restauratore e le cipolle alla brace

Carlo Alberto Lotti (1933-2007) conosceva tutti i segreti del borgo, ogni angolo, ogni ciottolo e ne descrisse la storia, su libri e giornali, casa per casa

2 Una foto giovanile di Carlo Alberto LottiQual è il vero centro storico di Varese? Per Carlo Alberto Lotti (1933-2007), artigiano-restauratore, scrittore, editore e giornalista dalla forte vena polemica, amico e collaboratore di monsignor Macchi tra il 1980 e il 1988 quando don Pasquale era l’arciprete del Sacro Monte, non c’era che una risposta possibile. Il centro storico di Varese non è la cattedrale di S. Vittore con i suoi dintorni in gran parte scomparsi, come ad esempio il medievale palazzo arcivescovile le cui ultime vestigia – in realtà una casa rimaneggiata in stile neogotico - furono demolite nel secolo scorso. (1)

Nossignori. Il vero centro storico è il Sacro Monte con il seicentesco viale delle Cappelle, il quattrocentesco monastero delle romite ambrosiane e il santuario di ancora più antica datazione. Lotti lo spiegava nei convegni e nelle conferenze: “La città non ha un centro inserito in un contesto storico – diceva – Tanto vale dedicare l’attenzione a quanto c’è ancora di quasi intatto al di fuori di essa, il borgo di Santa Maria del Monte, nato con una storia propria che non è appendice di Varese”. (2)

Partendo da questa suggestiva e per nulla balzana convinzione, Carlo Alberto Lotti ha votato la propria vita professionale al borgo di S. Maria del Monte dedicandogli libri e articoli di giornale, intitolandogli la propria casa editrice, riservandogli il proprio impegno pubblico e privato, battendosi per difenderlo, provvedendo di persona alla manutenzione dei monumenti su commissione di monsignor Macchi. Tra gli scrittori che si sono occupati del gioiello barocco patrimonio mondiale dell’Unesco, è tra coloro che più ci hanno messo del proprio. Non solo parole, ma fatti concreti.

Laura Marazzi, fino al 2016 conservatrice del Museo Baroffio a S. Maria del Monte e oggi al Museo della Collegiata di Castiglione Olona, riconosce il suo valore: “Se Silvano Colombo ha studiato il Sacro Monte attraverso i documenti d’archivio, se Luigi Zanzi ne ha approfondito il profilo storico, filosofico, religioso e Giovanni Testori ha suggerito affascinanti interpretazioni, la cura dell’arte popolare del Sacro Monte si è affidata anche a uomini come Carlo Alberto Lotti che lo hanno ispezionato palmo a palmo, amato e descritto”.

Infiltrazioni d'acqua sotto la fuga in Egitto

Un personaggio sanguigno di origine toscana, anticonformista, irruento protagonista della vita culturale varesina. Riversò il suo sapere e l’amore per l’arte in numerose iniziative editoriali fra le quali l’accurato volume Santa Maria del Monte sopra Varese – Il monte sacro Olona e il Sacro Monte del Rosario, pubblicato da Silvana Editoriale per il giubileo del 2000, una sorta di guida per i pellegrini del terzo millennio in cui descrisse la storia del borgo e del viale delle cappelle con studi inediti e interessanti approfondimenti storici. Del Sacro Monte conosceva tutti i segreti, si potrebbe dire ogni angolo, ogni ciottolo e ne ricostruì la storia casa per casa.

A partire dalla visita pastorale di Carlo Borromeo nel 1578, verificò misura per misura la corrispondenza di dati e notizie d’archivio riguardanti il borgo di S. Maria, il santuario, il monastero di clausura e il viale delle cappelle con una minuta e scrupolosa analisi. Censì numeri, persone, opere e cose. Un lavoro quasi da geometra. Arricchito dalla curiosità per gli aneddoti storici, per le notizie curiose, per i retroscena di eventi e personaggi. Sua è anche l’inchiesta Madonna del Monte che uscì a fascicoli e che poi raccolse in un volume, oggi difficile da trovare. In cui segnala, tra l’altro, stampe, stemmi e libri anche di autori anonimi dedicati al Sacro Monte, le sette chiese “ad montem”, le scritture lapidee, le spigolature, gli oggetti d’uso quotidiano della cultura mariana.

Un laico sincero, senza peli sulla lingua e con il sigaro perennemente in bocca. Tra il 1982 e il 1994, inizialmente al fianco dell’arciprete monsignor Macchi, già segretario a Roma di papa Montini, sovrintese al restauro di affreschi e sculture lungo la Via Sacra e vinse la “battaglia” con la Sovrintendenza, a volte aspra, riportando le statue ai colori originari del barocco lombardo, che erano stati coperti nell’Otto e Novecento. C’era da decidere che fare del grande affresco esterno di Carlo Francesco Nuvolone alla terza cappella, ormai deteriorato, raffigurante la Fuga in Egitto. Lo stesso Lotti aveva individuato pesanti infiltrazioni d’acqua sotto l’opera.

Nuvolone, Poloni e l'acrilico di Guttuso

La Fuga in Egitto era stata ridipinta sessant’anni prima da Girolamo Poloni, pittore accademico seicentista di Martinengo (Bergamo) e stretto collaboratore di Lodovico Pogliaghi che lo aveva incaricato di restaurare ben undici cappelle del percorso sacro. (3) Poloni aveva “rinfrescato” il dipinto del Nuvolone già gravemente ammalorato a causa dell’umidità, con i colori sbiaditi se non quasi scomparsi per l’infelice posizione della parete su cui poggiava. (4)

Per sostituirlo monsignor Macchi scelse Renato Guttuso, il maestro di Bagheria, caposcuola del realismo italiano e autore di celebri opere come I funerali di Togliatti e Vucciria, che frequentava abitualmente Velate dove possedeva un atelier. In realtà Guttuso non lavorò sul dipinto del Nuvolone ma su un nuovo pannello di cemento che prese il posto del rifacimento eseguito da Poloni nel 1923 e smantellato per l’occasione.

La scelta destò scalpore. Anzi, spaccò in due l’opinione pubblica, rimbalzò su tutti i giornali del mondo e dovette intervenire il giudice per stabilire torti e ragioni. Sorsero violente diatribe con Augusto Caravati che rappresentava lo spirito bosino e conservatore, diciamo la difesa “purista” della montagna sacra seicentesca (Caravati possiede il prezioso disegno originale a carboncino della Fuga in Egitto del Nuvolone). Guttuso preparò i bozzetti e, scelto il progetto esecutivo, lo portò a grandezza naturale con la tecnica della polvere di mattone spalmata sul cartone bucherellato. Togliendo il cartone, restavano le tracce e si poteva completare il disegno. (5)

Si trattava di un acrilico e non di un affresco. Le vernici sperimentali per realizzarlo arrivarono direttamente dall’America. Resistevano meglio alla luce del sole e alle intemperie. Guttuso non realizzò personalmente l’intero acrilico, dava suggerimenti all’allievo Amedeo Brogli che disciplinatamente li eseguiva. Il maestro parlava volentieri con i passanti e in quei giorni si poteva avere l’illusione ottica di veder camminare l’asino della Fuga in Egitto. Il maestro, infatti, faceva spostare dall’allievo, avanti e indietro e poi ancora avanti, la zampa dell’animale e Brogli eseguiva, così che l’impressione, da un giorno all’altro, era che l’asino camminasse.

"Siamo soltanto un'impresa di pulizia"

Durante i lavori, monsignor Macchi concesse a Lotti l’uso della Cappella Fallada, che prende il nome dal fatto di essere stata costruita in una posizione sbagliata (avrebbe reso troppo ripida e impervia la salita dei pellegrini) e per questo abbandonata. Lotti ne fece il suo quartier generale. Nell’intervallo delle lunghe giornate di lavoro, cucinava cipolle e patate alla brace e riceveva la visita degli abituali frequentatori del Sacro Monte.

D’accordo con don Pasquale ripulì i colori sovrapposti nel corso dei secoli per tornare, dove possibile, alla pittura originaria. Umile e coscienzioso, definiva con semplicità il proprio compito al servizio, anzi al capezzale delle cappelle: “Siamo un’impresa di pulizia e dobbiamo solo pulire le statue”. Ma non era un lavoro facile, tutt’altro. Fino al 1920, il restauro era consistito nel ridipingerle completamente, dando nuove pennellate sopra i colori stinti. Dai tempi di padre Aguggiari, all’inizio del ‘600, le statue avevano subito ben sette ricoperture e l’ultima volta, nel 1920, erano state “ripassate” appunto da Poloni.

Con Lotti le cose cambiarono. Di piena intesa con Macchi, prese a lavorare di raschietto per pulire i colori sovrapposti nel corso dei secoli e tornare alla pittura originaria. L’obiettivo dell’arciprete era fare del Sacro Monte di Varese un luogo vivo di fede e di bellezza. Anche aggiungendo nuove opere di artisti contemporanei. Ma sorsero problemi con la cosiddetta società civile varesina. Era giusto oppure no accostare l’arte moderna alle seicentesche cappelle di padre Aguggiari? L’arciprete non aveva dubbi, era giusto. Non lo considerava un problema. Conosceva personalmente numerosi artisti e ne aveva già acquisito le opere per il Museo d’Arte Vaticana quando stava a Roma al servizio di papa Paolo VI. Ma non riuscì a imporre, oltre a Guttuso, anche le opere del bielorusso Marc Chagall e di Giacomo Manzù. Anche se aveva l’approvazione di un uomo come Giovanni Testori, scrittore, drammaturgo e anima critica del ‘900, che giustificava “l’intervento dell’arte contemporanea, quando sia autentica, dentro strutture d’arte antica”.

Il polemico uomo dal fiore in bocca

Genuino e senza peli sulla lingua, Lotti partecipò alla vita culturale cittadina con passione. Negli anni Settanta aprì un laboratorio di restauro nel monastero delle romite e firmò con lo pseudonimo pirandelliano “l’uomo dal fiore in bocca” acuminati interventi su Il Giornale, il quotidiano concorrente della Prealpina che rimase in edicola dall’autunno del 1973 a settembre 1977, nato per iniziativa degli editori Violini e Parravicini. Il direttore Ambrogio Lucioni gli aveva messo a disposizione una pagina settimanale che egli riempiva con opinioni seguitissime e controcorrente. Battendosi, polemizzando, chiamando in causa autorità civili e artistiche, presentando esposti e interrogazioni a tutela dell’intero patrimonio prealpino. Promuovendo iniziative come Una sera di settembre al Sacro Monte per rilanciare il borgo in collaborazione con gli Amici del Sacro Monte, con l’azienda di soggiorno e il professor Furia.

Carlo Alberto Lotti morì a settantaquattro anni in un incidente stradale. Oggi porta avanti il suo nome e la ditta il figlio Piero, che ricorda: “Mio padre mi portò sulla Via Sacra quando aprì il cantiere alla terza cappella, io allora ero un ragazzino e sognavo di fare l’architetto. Poi incominciai a scendere nel laboratorio sotto il nostro appartamento in via Vela come garzone di bottega e la passione è cresciuta, ho continuato il mestiere che avevo respirato da bambino. Mio padre è stato un maestro non tanto di ricette e metodi di lavoro ma di passione e d’entusiasmo. Il restauratore, diceva, è l’umanista che ricostruisce filologicamente la storia dell’oggetto d’arte”.

6 La targa nel Giardino della MemoriaUna lapide ricorda Carlo Alberto Lotti nel vecchio ex “cimiterino” di S. Maria del Monte, ora intitolato Giardino della Memoria. Si trova tra quelle del professor Salvatore Furia e di don Luigi Bellasio, il parroco ottocentesco e maestro di epigrafi che trascorse cinquantadue anni della sua attività sacerdotale all’ombra del campanile del Bernascone. (6) La lapide è stata posta dagli Amici del Sacro Monte nel 2016.

 

 

 

Sergio Redaelli

NOTE

((1) Tamborini M., Note sul palazzo arcivescovile di Varese nel Medioevo, in Rivista della Società Storica Varesina, fascicolo XXI, Varese 2014, pp. 61-74.
(2) Lotti C.A., Il vero centro storico è sul Sacro Monte, Il Giornale, 2 settembre 1975, p. 3.
(3) Del Frate C., Santa Maria del Monte sopra Varese, Chiavari 1933, p. 55: “Poloni è l’umile e bravo pittore sotto il cui pennello rivissero le bellezze di questa e di altre dieci Cappelle, tutte rimettendole completamente a nuovo negli affreschi e nelle plastiche, conservando scrupolosamente quello che ancora di autentico rimaneva; disseppellendo, con paziente opera da certosino, ciò che mani profane, in altri tempi, avevano coperto e deturpato; ricostruendo, dove il salnitro aveva inesorabilmente distrutto, con vera perizia tecnica la continuazione di scene assai complesse; conservando l’esattezza nel concetto e nella forma, che a stento riesci a distinguere l’antico dal nuovo. Lo si può dire un perfetto secentista nato”.
(4) Il problema esiste tutt’oggi e mette a rischio anche la conservazione dell’acrilico di Guttuso nonostante le assidue e costose cure.
(5) Redaelli S., Macchi e Lotti che coppia ragazzi, Il Nostro Sacro Monte, n.56/2012, pp. 10-13.
(6) https://www.amicidelsacromonte.it/268-carlo-alberto-lotti-nel-giardino-della-memoria-di-sergio-redaelli.html

 

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