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Gianni Spartà racconta “l’altra storia” di Varese (di Sergio Redaelli)

Conversazione Gianni Sparta“Se la beatitudine si dovesse misurare con i miracoli economici, don Pasquale avrebbe dovuto essere beatificato molto prima di Paolo VI. Con quattordici telefonate seppe trovare altrettante banche pronte a finanziare i restauri del Sacro Monte di Varese e rimetterlo a nuovo con l’aiuto di Carlo Alberto Lotti”. Il giornalista Gianni Spartà è ricorso a un’affettuosa e simpatica battuta per ricordare monsignor Macchi a dieci anni dalla morte presentando agli Amici del Sacro Monte il suo ultimo libro “Tutta un’altra storia – Non è vero che a Varese non accade mai nulla” (Macchione Editore, 2015).

Il libro ripercorre quarant’anni di cronaca che Spartà ha raccontato a suo tempo ai lettori della Prealpina e che oggi rivisita con la maturità dello scrittore di successo (dal suo Mister Ignis-Giovanni Borghi nell’Italia del miracolo, pubblicato da Mondadori nel 2002 e riproposto nella collana degli Oscar nel 2009, è stato tratto lo sceneggiato trasmesso su RaiUno nel 2014).

E’ ancora don Pasquale, arciprete di Santa Maria del Monte negli anni ottanta del secolo scorso, a sollecitare i ricordi: “Con i suoi misteri, i traffici e le amicizie romane, Macchi era un uomo di potere ma che uso ha fatto di questo potere? E’ morto povero, senza lasciare beni alla famiglia, lasciando invece ai varesini l’eredità del Sacro Monte restaurato e in buone condizioni. Non è cosa da poco, basta fare una visita al Sacro Monte di Varallo per rendersene conto: è in condizioni di completo abbandono, gli affreschi sbiaditi, i legni marci e i ferri arrugginiti”.

Spartà ricorda il sacerdote severo e di poche parole con cui non era facile avere relazioni professionali e umane: “Da lui mi capitò di prendere anche qualche strigliata. Già segretario di Paolo VI a Roma e poi arciprete di Santa Maria del Monte, chiesi un giudizio su Marcinkus a lui che aveva vissuto a lungo in Vaticano ed egli rispose allargando le braccia: “E’ un uomo che obbediva”. A don Pasquale toccavano compiti delicati: “Negli anni Settanta Paolo VI lo incaricò di preparare una somma di denaro per il riscatto di Aldo Moro qualora si fosse aperta una trattativa con le Brigate Rosse. Non ce ne fu bisogno, sappiamo come andò a finire. E se a Varese è rimasto un segno di Guttuso, lo dobbiamo a Macchi che chiamò un comunista ateo a dipingere un tema sacro alla terza cappella”.

Da don Pasquale (per trent’anni socio pagante degli Amici del Sacro Monte), l’editorialista della Prealpina passa ai cento altri personaggi che popolano il libro: “Quanti protagonisti da raccontare a chi non c’era! Lo scienziato “fai da te” Salvatore Furia leggeva le previsioni del tempo come fossero poesie. Il conte Giuseppe Panza era riuscito a fare della sua villa di Biumo un punto di riferimento della cultura mondiale, voleva venderla al Comune di Varese in cambio della sua collezione d’arte contemporanea ma non se ne fece nulla, un’occasione persa”. E poi i dubbi sull’inchiesta per la morte di Lidia Macchi (“rischia di restare un mistero irrisolto anche seguendo l’incerta traccia di Stefano Binda”); e il drammatico destino dell’attrice sexy Lilli Carati (“Sfruttarono il suo corpo e quando si rimise i vestiti, provò il freddo della solitudine”).

Commentando le diapositive di un quarantennio di fatti e fattacci varesini, la penna di punta della Prealpina descrive una città di provincia a volte pigra che però ha saputo proporsi ai vertici della nazione in molti campi, dall’industria alla politica e che gli ha offerto spunti per scrivere saggi, biografie e libri di storia industriale: “Varese ha tenuto a battesimo tra gli anni ottanta e novanta una rivoluzione politica incompiuta, una poderosa ed effimera resa dei conti giudiziaria con la Prima Repubblica che non ha dato i frutti sperati”. Mostra le foto di famiglia di Umberto Bossi quando il leader del “celodurismo” infiammava la Lega Nord e “il trota” era ancora troppo giovane per metterlo nel guai, rievoca i primordi varesini di Comunione e Liberazione con Robi Ronza e don Giussani, contabilizza la prima infiltrazione della n’drangheta a Varese già dagli anni cinquanta e celebra la saga di Giovanni Borghi rilevando, con preoccupazione, il recente annuncio della dismissione della sede di Comerio della Whirlpool”. Tanti primati per Varese e non sempre è il caso di andarne fieri.

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