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Pio IV, dalla lapide in santuario al teatro nel castello di Melegnano

Sergio Redaelli Pio IV 001Uno stuolo di cardinali, gli affreschi della Cappella Sistina e in primo piano l’incontro-scontro fra due caratteri forti e visionari. Siamo nella Roma della metà del Cinquecento. Da una parte Pio IV, un papa politico figlio del potere temporale – un peccatore, direbbe oggi Francesco - dall’altra il nipote Carlo Borromeo, intransigente uomo di fede, destinato alla santità. Due differenti visioni della Chiesa che, sullo sfondo di estenuanti conflitti e intrallazzi politici e militari, insieme seppero propiziare la felice conclusione del Concilio di Trento nel 1563, una tappa fondamentale nella storia del cattolicesimo. Se infatti il Concilio non centrò l’obiettivo di mettere d’accordo i cattolici e i luterani, fissò la dottrina e pose le basi per la vita della Chiesa cattolica nei secoli a venire.

È il tema centrale della pièce “Pio IV” di Sergio Redaelli che la Compagnia Il Vuoto Pieno ha portato in scena il 27 marzo nella Sala delle Battaglie del castello mediceo di Melegnano, la città cui Pio IV accordò l’indulgenza del Perdono che da quasi cinque secoli si celebra con una grande festa popolare. Si è trattato di un “reading”, la lettura del testo in anteprima. Lo spettacolo vero e proprio con una ventina di attori in costumi d’epoca andrà in scena il 26 e 27 maggio, all’aperto, nel cortile d’onore del castello di Melegnano, con la regia di Cristiano De Vita. Ingresso gratuito.

Pio IV, al secolo Giovanni Angelo Medici, milanese, proprietario a Induno del castello di Frascarolo, è ricordato da una lapide a destra dell’altare nel santuario di S. Maria del Monte. La fece mettere Giampietro Biumi, figlio di Giambattista, medico privato e consigliere finanziario del papa.

Eletto al termine di un lungo conclave la sera di Natale del 1559, Medici scelse il nome di Pio a suggellare un pontificato che doveva essere “devoto, caritatevole e misericordioso”. Si rivelò invece un uomo ambizioso, trasgressivo e controcorrente e forse per questo quasi dimenticato. Un destino che non meritava per l’importanza che ha nella storia della Chiesa.

Da giovane fu il braccio diplomatico del fratello corsaro sul lago di Como, con i soldi del quale si laureò in legge a Bologna e acquistò il titolo di protonotario apostolico, poi eletto quando era già padre di tre figli avuti prima di prendere i voti. Ma capace, in soli sei anni, di promuovere l’arte e la cultura, di sviluppare le università di Milano, Roma, Bologna e Urbino, di riformare la musica sacra attraverso Pierluigi da Palestrina, di difendere il culto di Loreto, bonificare terre e paludi, finanziare opere sociali, enti benefici, ordini religiosi e commissionare a Michelangelo alcune delle più belle porte e chiese di Roma, anche se toccò proprio a lui censurare i nudi del Giudizio Universale. Senza contare il merito di aver scoperto il “talento” del nipote Carlo che chiamò a Roma come segretario di Stato e che fu poi arcivescovo a Milano.

Il reading andato in scena e la doppia rappresentazione di maggio al castello di Melegnano sono stati voluti dal sindaco Rodolfo Bertoli, che progetta di creare una Fondazione per provvedere al restauro dell’antico castello. Il testo di Sergio Redaelli è già stato rappresentato nel 2014 al Teatro Apollonio di Varese e al Teatro Comi di Induno Olona dalla compagnia Il Portico degli Amici con la regia di Carlo Riva.

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