Amici del Sacro Monte

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Zamberletti e quell’invito al premier Aldo Moro (di Sergio Redaelli)

conv 07042018 240Molto tempo prima che la Lega Lombarda di Bossi e di Maroni attirasse le luci della ribalta sulle Prealpi, a Varese arrivavano i big della politica romana, Giulio Andreotti a “scoprire” la statua di Paolo VI al Sacro Monte, Aldo Moro ad inaugurare il convitto De Filippi, il “re dei palazzinari” Gaetano Caltagirone a studiare il possibile rilancio immobiliare di S. Maria del Monte. L’uomo che aveva le conoscenze giuste in riva al Tevere era il sacromontino doc Giuseppe Zamberletti, figura di spicco della politica italiana, sei legislature alla Camera, una al Senato e qualcosa come trentadue anni di vita parlamentare alle spalle. Un uomo della Prima Repubblica e un “esempio di altissimo impegno” per usare le parole con cui l’allora sindaco Attilio Fontana gli consegnò la Martinella del Broletto 2014, massima onorificenza di Varese.

Quando apre l’album dei ricordi Zamberletti è un pozzo di aneddoti e lo fa, su invito di Ambrogina Zanzi, per la prima conferenza del 2018 nella sede degli Amici del Sacro Monte. “Riuscii a portare Aldo Moro a Varese con l’astuzia – racconta – Volevo farlo partecipare all’inaugurazione del convitto De Filippi che don Pigionatti aveva appena finito di costruire. Ma il De Filippi è una scuola privata e la presenza del presidente del consiglio dei ministri avrebbe creato polemiche. Che fare? La provincia di Varese compiva quarant’anni ed ecco il punto di compromesso. Aldo Moro avrebbe prima visitato la Provincia e poi il De Filippi. All’inaugurazione fu accolto da un incredibile entusiasmo, autorità, polizia, carabinieri, famiglie, studenti di colore e perfino marinai. Sbottò: “Ma questa non è una scuola, è l’arca di Noè”.

Con Zamberletti è inevitabile parlare del suo Sacro Monte, il borgo dove nacque nel 1933, figlio degli albergatori del Camponovo e fratello del Domenichino, chierichetto e organista morto giovanissimo, del cui processo di beatificazione si parla da tempo. I ricordi fluiscono come un torrente in piena, gli anni d’oro dei milanesi in villeggiatura, la guerra, il declino del borgo, il progressivo isolamento e le ipotesi di rilancio.

“Oggi è difficile crederlo ma prima della guerra a S. Maria del Monte c’erano il giornalaio, il fruttivendolo, il macellaio, l’asilo infantile, la scuola elementare che frequentai fino alla quinta e il teatro dell’oratorio, sede della filodrammatica, dove suonavo il pianoforte. C’era la polisportiva e il campo di calcio in pendenza, difficile fare gol se stavi in basso. Quando diventai consigliere comunale a Varese feci costruire il campo sportivo in piano”.

Poi la tragedia della guerra. “Certe sere assistevamo ammutoliti ai lontani bombardamenti di Milano. Girando lo sguardo dalle nostre case oscurate vedevamo le luci della Svizzera neutrale e i bagliori rossastri verso Milano. Varese fu bombardata due volte, di giorno e di notte. L’obiettivo era colpire lo stabilimento dell’Aeronautica Macchi che produceva l’MC 205, il miglior caccia d’Europa. Gli aerei americani passavano più bassi del Sacro Monte e l’antiaerea sparava da Velate. Dall’osservatorio privilegiato delle Pizzelle noi ragazzi seguimmo la battaglia del San Martino e gli scontri nell’Ossola dal Campo dei Fiori”.

Ritornano racconti già sentiti altre volte, l’albergo Camponovo requisito dalle Brigate Nere negli ultimi giorni della Repubblica di Salò, il rischio di contatti con qualche partigiano nascosto nelle soffitte del borgo. E con la fine delle ostilità il periodo di nuovo felice dei primi anni Cinquanta, gli alberghi pieni, i turisti a zonzo. Fino all’abolizione della tramvia e all’inizio del declino.

“Conobbi personalmente Lodovico Pogliaghi, un omino minuto e molto anziano. Arrivava in auto al Mosè poi una robusta badante lo prendeva in braccio e lo portava fino a casa. Nevicava forte all’epoca – ricorda il padre della Protezione Civile italiana – e gli automobilisti dovevano mettere le catene alle ruote già a Fogliaro. Vivere al Sacro Monte diventò difficile. Ma oggi il borgo non può essere soltanto un museo, bisogna risolvere una volta per tutte il problema dei trasporti e dell’abitabilità. Servirebbe la regia di un immobiliarista illuminato per rilanciare il valore commerciale delle abitazioni. Da dove iniziare? Da un consorzio dei proprietari che rigenera il patrimonio edilizio e lo mette in vendita, riqualificato. I consorziati restano proprietari della metà del patrimonio rimesso a nuovo. Il resto lo vendono. Per Santa Maria del Monte ci vuole un progetto complessivo. Sistemare una casa e non l’altra non serve a niente. Sono convinto che molta gente sarebbe disponibile a vivere in un angolo bello come il Sacro Monte, a condizione che ci siano servizi moderni e funzionanti, che il borgo sia vivo, frequentato e con i negozi aperti”.

redaelli

 

 

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